Cari amici expat

Siamo degli uragani, e non siamo mai soli.

Foto di Simon Maage
Foto di Simon Maage

Un expat in difficoltà…

Questa città non ha un centro
Non trovo il mio centro
Ogni giorno mi perdo
Questa non è casa mia
Questa non è la mia famiglia
Eravamo felici a Firenze, perché abbiamo pensato che potessimo essere felici qui?
[…]
In una città dove non c’è un centro
Io sono il tuo centro
Tu sei il mio centro.”

 

Ascoltando queste parole, tratte dalla serie “From scratch“, qualcosa è scattato in me e in quanto expat, mi ha fatto riflettere.

Anche io spesso mi sento come Lino: persa, senza un centro. Un expat in difficoltà. Lontana da casa, dalla mia famiglia, da me stessa.

A volte mi chiedo cosa ci faccio qui? Perché sono qui?

Una risposta non me la so dare, ma quello che mi dico è che io scelgo ogni giorno, consapevolmente di essere qui.
Sono libera di andarmene o rimanere, e rimango.

Non è sempre facile, ci sono giorni neri, davvero neri, dove mi fa schifo tutto, odio l’Inghilterra, il cielo grigio, gli autobus, le persone e la loro cultura, odio la mia vita. Non mi riconosco. Non trovo il mio centro.
Poi questi giorni neri passano e lasciano spazio a giorni più chiari e colorati, luminosi, dove ringrazio di essere qui. Mi ritengo fortunata, soddisfatta e orgogliosa di me, per aver fatto questo salto ed essermi data questa possibilità.

thailandia
Thailandia

Se anche tu sei un expat, so che capirai quello che sto cercando di dire.
E ti mando un abbraccio.
So che ci sono giorni in cui dubiti delle tue scelte, ma credo davvero che anche se vivessi ancora nella tua città natale, questi dubbi li avresti comunque.
Ti faresti le stesse domande. Dei giorni odieresti quel posto, e ti chiederesti perché non te ne sei andata/o.
Il punto è che dubbi e domande ne avremo sempre, ovunque.

Non ci sarà mai un posto nel mondo che non ci farà dubitare almeno per un attimo se stiamo facendo la scelta giusta.

Fa parte della vita.
Ma quando ci troviamo all’estero, per qualche strano motivo, questi dubbi sono più veritieri, fondati.
Non ci sentiamo mai “arrivati”. Ci pensiamo sempre in moto. Sempre ad un passo da qualcosa.

Lontani dalla nostra famiglia.
Ma che ci sto a fare qua.
In questa città senza centro…

Il centro siamo noi. Sei tu, sono io.

Cari amici expat, noi  siamo uragani. Tempeste.

Forti, audaci, coraggiosi. Soli.

Dobbiamo lottare un po’ di più per trovare il nostro centro.
Ma non significa che non lo troveremo.

Non ti sentire sbagliata/o se ti manca casa.
Non ti sentire una fallita/o se non hai ancora il lavoro che sognavi.
Non ti sentire un debole se vorresti essere con la tua famiglia più spesso.
Siamo expat, siamo strane creature, scappati da casa.
Ma non siamo soli.

Cerca altri “come te”, cerca altri expat, condividi la tua storia, ascolta la loro. Siate la vostra ancora reciproca, il vostro faro nei giorni bui.
Creati un gruppo di persone di cui ti fidi. Non sarà casa, ma ci può andare vicino.

Cari amici expat, non siete soli.

Il vostro centro siete voi.

E per te, cara/o amica/o non expat, se sei vicini ad uno “di noi”, prova ad essere davvero vicino.

Ascolta quando ti raccontiamo di “casa”, della domenica a pranzo con i parenti, degli amici in centro il sabato sera, della sagra della castagna e quella del tartufo, dei Natali in montagna e le nostre tradizioni. Perché forse in quel momento ci mancano… Ascolta le nostre lamentele e non offenderti, ti prego, perché non lo pensiamo veramente.

Chiedici come stiamo, come va. Chiedici se abbiamo bisogno di qualcosa, perché a volte la burocrazia proprio non la capisco, o vorrei che venissi con me a quella visita…

E infine, lasciaci spazio. Lasciaci spazio per urlare, sfogarci, ripetere infinite volte quanto ti odiamo, quando odiamo questo paese che chi me l’ha fatto fare stavo meglio a casa mia.
Lasciaci spazio per piangere. Per essere nostalgici e vulnerabili.
Lasciaci liberi di lottare da soli, ma sempre rimanendo a un passo da noi.
Lasciaci spazio per respirare, camminare e stare in silenzio, quando ne abbiamo bisogno.

Non temere, è solo un giorno nero, poi passa.
E domani possiamo di nuovo ridere insieme alla fermata di quell’autobus che tanto odio.

 

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